Nelle fabbriche è l’ora della codecisione, come in Germania

by Redazione on 1 gennaio 2012

Intervista a Umberto Ranieri del Corriere del Mezzogiorno del 31 dicembre 2011.

umberto ranieriIl responsabile Mezzogiorno: l’accordo di Pomigliano? Migliore senza le lacerazioni tra i metalmeccanici

Ranieri: “Nelle fabbriche è l’ora della codecisione, come in Germania”

ll leader Pd al sindacato: non possiamo più difendere l’esistente

Umberto Ranieri, lei è il responsabile meridionale del Pd. Con chi sta il suo partito: con i sindacati riformisti o con quelli massimalisti?
«I sindacati vivono una stagione molto difficile. L’economia italiana è investita da una recessione che potrebbe essere più grave e più lunga di quelle del passato. ll Mezzogiorno paga il prezzo più alto. Una situazione in cui il sindacato da un lato deve tenere conto del deteriorarsi delle condizioni del lavoro dipendente; dall’altro è chiamato ad assumere un atteggiamento responsabile».

E dunque?
«Il vero problema irrisolto è la promozione della crescita. C’è una dimensione europea della questione. Finora le misure adottate dall’Unione europea per favorire la crescita sono state al di sotto delle aspettative. Il risanamento dei conti è necessario ma l’austerità non può essere la sola risposta. Occorrono misure a sostegno della crescita o utili a finanziarla: convergenza fiscale, un’imposta sulle transazioni finanziarie, introduzione dei project bonds. Il governo Monti dovrà fortemente impegnarsi a sostenere questa linea. C’è poi la dimensione nazionale della questione. L’economia italiana riconquisterà competitività a condizione che si realizzino alcuni fattori considerati cruciali per una crescita economica duratura: scuola e università che funzionino bene, una pubblica amministrazione più efficiente, servizi pubblici migliori, infrastrutture moderne.
Ma nel Sud devono fare di più e meglio la loro parte i governi regionali e le amministrazioni delle grandi città».

Torniamo alla polemica che divide il sindacato.
«Il sindacato, in coerenza con la sua migliore tradizione, dovrebbe diventare un protagonista nella battaglia delle riforme e l’occupazione. Questa è la strada da percorrere in una realtà come Napoli e la Campania che soffre cronicamente di mancanza di lavoro, dove prevale nel tessuto degradato e infetto della economia sommersa il lavoro nero, sottopagato, 8oo euro al mese senza contributi previdenziali, senza sindacato, senza diritti o protezioni di alcune genere. Ho Ietto l’intervista al segretario della Cgil Libertino, cui auguro buon lavoro. Avrei preferito su questa questione sapeme di più su idee e proposte del sindacato. Dal sindacato mi aspetto una forte assunzione di responsabilità nella battaglia per modificare questa situazione».

Libertino ha di fatto riaperto il caso Pomigliano. Vi vede, come fanno la Fiom e de Magistris una lesione democratica.
«Sono dell’idea che i contenuti dell’accordo sarebbero stati migliori senza la drammatica lacerazione intervenuta nella categoria dei metalmeccanici. Lacerazione che non si è prodotta in altre categorie, dai chimici, agli alimentaristi, ai tessili, che hanno firmato unitariamente i rinnovi contrattuali. Libertino ha ragione: occorre che il sindacato tomi in fabbrica perché è lì che può riprendere l’iniziativa per umanizzare le condizioni di lavoro».

Fin qui il sindacato. E la politica?
«La politica deve saper intervenire sui temi cruciali della condizione dei lavoratori. In due direzioni in particolare: una più moderna legislazione del lavoro, c’è un disegno di legge presentato da senatori del Pd già nel 2009: esso prevede diritto della maggioranza di stipulare con efficacia nei confronti di tutti un accordo sindacale, diritto della minoranza di non firmare il contratto conservando la rappresentanza riconosciuta in azienda. Se fosse stato approvato le vicende di Pomigliano e di Mirafiori si sarebbero svolte in modo più sereno e civile. È ormai matura inoltre una legge che introduca anche in Italia un sistema di codecisione, una legislazione che permetta ai lavoratori di essere corresponsabili del buon esito dell’impresa.
Insomma, alle sfide della globalizzazione e delle trasformazioni nei processi produttivi non si risponde difendendo l’esistente, perdendo un pezzo ad ogni battaglia fino al giorno in cui si dovrà prendere atto che non c’è più nulla da difendere. Lungo questa strada si condanna il movimento dei lavoratori alla sconfitta. È già accaduto in altri momenti nella storia economica e sociale italiana. Occorre una rinnovata capacità propositiva del sindacato e dei partiti».

In conclusione, che tipo di contrattazione lei immagina per far fronte alla crisi?
«Una disponibilità all’innovazione deve riguardare anche il modello contrattuale. Non mi pare in discussione la funzione di rete di sicurezza per tutti i rapporti di lavoro del contratto collettivo nazionale. Né Cisl né Uil lo fanno. Non c’è dubbio tuttavia che vanno valorizzati gli spazi aperti alla contrattazione aziendale: c’è una nuova articolazione del lavoro, ci sono differenze territoriali, occorre liberare la contrattazione collettiva da un vincolo centralista che oggi la soffoca. E avvenuto già da qualche anno in Germania che è stata la patria del centralismo contrattuale».

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